Un anno su un’isola senza COVID-19

Ad inizio marzo 2020 Fiji ha registrato i primi casi di COVID-19. Pochi giorni dopo, il 20 marzo, la compagnia aerea di bandiera ha annunciato che avrebbe fermato tutti i voli in uscita e in entrata da li’ a poco e il governo ha annunciato la chiusura delle frontiere: chi voleva andare via, era ora o mai piu’, almeno per un po’. La pandemia in Italia e in Europa era gia’ grave e io ho deciso di restare: Fiji era la mia seconda casa ormai e ho pensato che avrei lasciato passare questa tempesta per “qualche mese” qui, nel mio appartamento. Tutti, credo, un anno fa’ speravano che la situazione si sarebbe risolta in qualche mese. L’altro giorno ho addirittura riletto degli scambi con amici e colleghi di quel periodo, in cui discutevamo di riprendere a viaggiare durante l’estate. E invece eccoci qui, un anno dopo, ancora al riparo sulla nostra isoletta sperduta in mezzo all’oceano piu’ vasto del pianeta, vivendo una vita normale senza mascherine, cenando insieme fuori, andando in vacanza.

Mi fa’ molto effetto pensare che la maggior parte dei paesi del Pacifico che hanno avuto pochi o nessun caso di COVID-19 siano totalmente all’oscuro di cosa abbia voluto e voglia dire vivere da mesi confinati, spesso senza quasi nessuna interazione sociale, stimolo culturale, accesso alla Natura. Siamo poche migliaia di persone che, quando fra dieci anni si ripensera’ a questi spaventosi anni 2020-2021, non avranno alcun riferimento della realta’ vissuta dal resto del mondo. Tutti noi a Fiji un anno fa eravamo spaventati di quanto grave la situazione sarebbe potuta diventare se la pandemia avesse azzannato questo paese, in cui le strutture sanitarie sono scarse e non equipaggiate e intere famiglie allargate vivono sotto lo stesso tetto in spazi ridotti. Per questo, tanti stranieri hanno lasciato il paese nel giro di poche ore, volando nel loro paese d’origine, trovandosi ben presto nella situazione un po’ ridicola di vivere confinati, osservando che la casa adottiva da cui erano fuggiti in fretta e furia stava tornando alla normalita’ .

Oltre alla gratidutine di aver potuto continuare a vivere una vita normale in questo ultimo anno, ci sono tanti altri sentimenti che si agitano in me. Un sordo, continuo, senso di colpa per non essere vicino alla mia famiglia, un po’ di vergogna nel pubblicare foto felici di gite al mare, tristezza nel contare i giorni che passano senza che la situazione in Italia migliori radicalmente, paura costante che qualcuno della mia famiglia si ammali mentre sono via. Sollievo di non correre il rischio di ammalarmi ogni volta che esco di casa.

E’ stato un anno strano, rinchiusi in questa bolla paradisiaca, che ha cambiato radicalmente la mia realta’ quotidiana. Per la prima volta in 5 anni, ho potuto stabilire una vera routine, senza che i piani fossero sempre sconvolti da un viaggio di lavoro da qualche parte. Ho potuto comprarmi e dedicarmi a una piccola barca a vela, Dove, che come ogni barca (tanto piu’ nel clima umido tropicale come quello di Fiji) non perdona la trascuratezza del suo capitano. Ho potuto visitare Fiji, visto che prima i fine settimana ero spesso troppo stanca per aver voglia di rimettermi in viaggio, seppur “vicino”. Ho avuto modo di diventare un’esperta della qualita’ lavorativa della “flessibilita’”, dovendo adattare, in fretta, il mio piano stabilito di lavoro, per cercare di raggiungere comunque gli obiettivi fissati. Ho chiarito i criteri del posto in cui voglio vivere nel futuro: un luogo con accesso diretto alla natura. Ho sentito tutta la grandezza delle migliaia di miglia che mi separano dall’Italia e la difficolta’ logistica di tornarci.

Mi sento grata ogni giorno di vivere qui e allo stesso tempo mi sento un po’ claustrofobica, ho sete di nuovi posti e nuovi visi e dell’Italia, per un po’. Vedremo cosa porteranno i prossimi mesi! Ho fiducia nella Vita e nel Destino.

Baci

Come la mia barca e’ sopravvissuta al ciclone Yasa a Fiji

Martedi’ 15 dicembre le prime voci sono cominciate a circolare. ”Hai visto? Pare arrivi un ciclone….”. “Si, si sta formando a nord est di Fiji…l’hanno chiamato “Yasa”…vediamo che direzione prende…”. Cominciava il timore che qualcosa accadesse e si iniziava a guardare i siti metereologici sempre piu’ spesso, cercando di capire se quei vortici violetti avrebbero centrato le nostre isolette in mezzo al mare, o no.

 Incredibile pensare come i paesi del Pacifico, piccoli puntini disseminati nel piu’ grande oceano del mondo (l’oceano Pacifico è più grande di tutti i continenti della terra messi insieme!), possano essere così spesso colpiti da sistemi metereologici devastatori.

La stagione dei cicloni qui inizia ufficialmente a novembre e finisce a marzo/aprile e ogni anno i metereologi fanno previsioni di quanti ne passeranno: per la stagione 202-2021 a Fiji dovrebbero essere 4, di categoria da 3 a 5 (su una scala fino a 5).

Mercoledì 16 dicembre era confermato: Yasa stava procedendo verso Fiji. Peggio, i modelli prevedevano che il ciclone sarebbe cresciuto di potenza fino a diventare un categoria 5 e che sarebbe passato in pieno su Viti Levu (l’isola principale di Fiji) e su Suva, la capitale. Il mio stomaco ha cominciato a stringersi di paura: la mia barchina sarebbe sopravvissuta? Seppur io viva qui da 6 anni e sia quindi passata attraverso diversi cicloni (fra cui Winston, il categoria 5 passato nel 2015 da cui la gente si sta ancora oggi riprendendo), e’ solo da marzo che mi fanno paura…da quando ho la mia barca, Dove. Prima con il ciclone Harold a marzo e ora con Yasa, ho per la prima volta in vita mia davvero sperimentato gli effetti fisici della paura. Impossibilità di dormire, ossessione di brutti scenari, mal di pancia, cambi ormonali, etc. È stato orribile.

Quando arriva un ciclone, ci sono protocolli di sicurezza che scattano. In ufficio si controllano i numeri di emergenza e gli indirizzi di tutti, si comincia a fare stock di acqua, candele, cibo in scatola, batterie e ogni cosa che potrebbe servire in caso di prolungata mancanza di elettricità. Si cominciano a fissare protezioni alle finestre, si rinforzano soffitti, si tagliano vecchi alberi che rischierebbero di cadere. C’è una sorta di eccitazione che circola, tutti parlarno di quello (“hai visto? Arriva!”), tutti si improvvisano metereologi, i supermercati vengono assaliti e l’Attesa inizia.

Mercoledì pomeriggio sono scesa allo Yacht Club: prevedevo di lasciare Dove nel suo ormeggio, rafforzandolo più che potevo. L’alternativa era portarla in una baia vicino, in mezzo alle mangrovie, insieme a tutte le barche grandi che vi trovano rifugio. Ma l’idea di smotorare fino a li con il mio piccolo fuoribordo, sotto alla pioggia, dover dormire a bordo durante il ciclone, senza poter essere autonoma visto che non ho un dinghy per scendere a terra, non mi piaceva molto e ho deciso di preparare Dove per restare allo Yacht Club. Molti davano opinioni contrarie, dicevano che sarei dovuto andare via…Tante voci diverse, era difficile ascoltarsi. In questi casi, avrei voluto che qualcuno decidesse per me quale sarebbe stata l’opzione migliore per Dove. Invece la responsabilità era mia e a me spettava occuparmi di lei. Il pontile cominciava a svuoltarsi, le barche grandi cominciavano a partire e quelle piccole a essere messe a terra. Ho preso un secondo corpo morto dai miei vicini assenti e aggiunto quattro cime d’ormeggio supplementari, allontanandola più che potevo dal pontile. Talmente lontana, che ho avuto bisogno di un passaggio da un barchino dello Yacht Club, per scendere a terra. Mercoledì notte mi sono svegliata alle 2 e ho iniziato a pensare “se pero’ cambia la direzione del vento, avro’ la prua nel senso contrario…devo girarla”. Giovedi’ mattina alle 7 sono tornata allo Yacht Club, ho sfatto tutto l’ormeggio di emergenza e, con l’aiuto di due amici, ho girato Dove di 180 gradi, prima di rimettere tutto: corpi morti, cime, etc. Ho tolto il tendalino, la randa (normalmente fissata sul boma), ho aggiunto parabordi, ho rinforzato il fissaggio del pannello solare. Era tutto pronto, sembrava… La pioggia iniziava a cadere, sono andata via con il cuore gonfio: la mia barchina era da sola, adesso.

Una volta a casa, è iniziata l’attesa. Durante questo tempo, si scruta il cielo, si cerca di decifrare la forza delle raffiche del vento dallo sbattere delle foglie e dall’inclinarsi delle fronde, si aguzzano le orecchie per capire quanta pioggia stia cadendo rispetto al normale. Ho cercato di vedere un film per distrarre la mente, ho pensato a Dove, ho cucinato, ho pensato a Dove, ho scritto messaggi con altri amici a Suva, ho pensato a Dove, ho fatto yoga e pensato a Dove, ho rimangiato, ho pensato a Dove, ho parlato al telefono, ho pensato a Dove, ho sperato che il ciclone cambiasse corso e ho pensato a Dove. Secondo le previsioni, il momento più critico sarebbe dovuto iniziare giovedì nel tardo pomeriggio e durare per tutta la notte, fino al mattino successivo. A serata inoltrata il vento forte forte non era ancora arrivato e iniziava a farsi spazio la speranza – troppo fragile da pronunciare ad alta voce – che Yasa avesse davvero cambiato rotta e che il suo occhio non sarebbe passato qui.

Sono andata a dormire tardi e mi sono risvegliata – esausta – alle 6 del mattino. Il coprifuoco era appena finito e ho chiamato il mio vicino di barca per sapere se fosse gia’ andato allo YC a controllare. Dopo pochi minuti, ho ricevuto una foto e la conferma: “Dove sta bene”! Mi sono sentita talmente sollevata… Il vento soffiava ancora abbastanza deciso, ho fatto una doccia, preso caffe’ e sono andata diretta allo Yacht Club. C’era gia’ qualche proprietario di barchini che controllava se ci fossero stati danni, io mi sono fatta accompagnare col dinghy a bordo e ho finalmente “riabbracciato” la mia barchina.

Siamo stati fortunati, a Suva e Dove e’ stata forte.

Altre isole sono state invece colpite duramente: villaggi spazzati via, animali morti, coltivazioni distrutte. La gente di Fiji e’ la quintessenza della resilienza, del rialzarsi dopo i disastri, sempre col sorriso e in moltissimi ci stiamo mobilitando per portare loro un po’ di conforto e aiuto.

Buon Natale,

baci

Aggiornamenti da Fiji, esplorando il cuore di Viti Levu

Di questi tempi, ogni aggiornamento che si rispetti inizia con la situazione COVID…

A Fiji ci sono stati pochi casi, a Marzo, e il governo ha immediatamente chiuso le frontiere a tutti i voli in entrata e uscita, ad eccezione di pochi voli di rimpatrio, che hanno causato qualche – poche – infezioni nelle strutture di quarantena dove tutti coloro che rientrano devono passare due settimane. Per farla breve, da Giugno circa, la vita qui è tornata alla normalità più assoluta. Non si vedono mascherine, ci si abbraccia e bacia e i bus sono affollati come sempre. È molto surreale pensare di vivere fra le poche centinaia di persone al mondo che in questo momento non stanno vivendo il delirio quotidiano di questa pandemia. E penso che questa chiusura fisica di Fiji al resto del mondo mi abbia fatto sentire, per la prima volta nei tanti anni in cui sono qui, tutta la dimensione della mia lontananza da casa e di questo paese.

La storia di Dove

Da Bolina, numero di Aprile 2020

Dove sails

Scenario: Hawaii, 1965. Trama: un ragazzo di 16 anni, una barca a vela di 24 piedi, il giro del mondo in solitario e una grande storia d’amore. Non solo questa è la sceneggiatura di un libro e un film di grande successo, ma soprattutto la storia vera di Robin Lee Graham, che il 14 settembre 1965 salpò da Honolulu, alle Hawaii, per rientrare il 30 aprile 1970 a Los Angeles, dopo oltre 33.000 miglia intorno al mondo.

Per anni Robin detenne il record della persona più giovane ad avere circumnavigato il mondo in solitario e tutt’ora la sua barca Dove (“colomba”, in inglese), scafo di 7 metri disegnato da William C. Lapworth, è considerata la prima in vetroresina ad aver compiuto questa impresa. Oggi una sorta di replica di Dove, un Ranger 23 usato nel 1974 per girare la parte dell’omonimo film nel Pacifico, ricomincia a navigare alle Fiji, dopo un refitting durato mesi. Ma andiamo per ordine…

Robin Lee Graham si avvicinò alla vela da giovane grazie al padre, appassionato navigatore, che nel 1962 e 1963 portò la famiglia in tour nelle isole del Pacifico a bordo del ketch di 36 piedi Golden Hind. Durante questa crociera, Robin si appassionò alla vita in mare, inclusa la navigazione astronomica e la manutenzione e imparò il necessario per chiedere ai genitori una barca a vela, “con cui navigare intorno al mondo” come regalo per il sedicesimo compleanno.
Il padre, che vide nel progetto del figlio minore lo stesso sogno che aveva covato per anni, ma a cui aveva rinunciato per la Seconda Guerra Mondiale prima e l’inizio di una vita sedentaria poi, aderì con passione all’idea di Robin. Gli comprò Dove e lo aiutò a trasformarlo da day sailer a barca per attraversare gli oceani (installando, fra l’altro, un motore entrobordo), lo consigliò sulla rotta da seguire e, in generale, lo supportò con entusiasmo.
Quattro mesi e mezzo dopo il suo compleanno, Robin fece la prima traversata in solitario (con due gatti) sulla nuova barca, da Los Angeles alle Hawaii: oltre 2.200 miglia in poco più di 22 giorni.

Dove Robin 2

Mentre l’idea di continuare ad allungare la scia di Dove nel Pacifico era chiara, Robin non voleva per forza essere da solo, anzi, avrebbe voluto partire con qualcuno. Nessuno dei suoi amici, però, aveva genitori altrettanto “progressisti”, quindi decise di partire da solo. O meglio, con un gatto.
Dopo avergli fatto da preparatore, il padre di Robin divenne presto anche il suo manager e firmò contratti per vendere la storia del figlio a giornali e televisioni. Il fatto che il ragazzo fosse giovane, navigasse su una barca piccola “aiutato” solo da pochi strumenti (sestante, carte nautiche e  radio a transitor) e che pianificasse di visitare remoti paradisi terrestri, era sufficiente ad accendere la fantasia delle persone e i media lo seppero sfruttare egregiamente.
Il National Geographic lo seguì lungo tutto il suo periplo, dedicandogli tre copertine in cinque anni. L’America conobbe Graham e ne rimase affascinata: incarnava il sogno di giovinezza e libertà e agiva come una calamita nell’immaginario collettivo, ispirando migliaia di persone a prendere il mare.
Al contrario di molti solitari, però, non aveva scelto la solitudine, ma ne era stato costretto: sin dall’inizio del suo viaggio, il ragazzo scrisse nel diario di bordo che aveva nostalgia di casa e che si sentiva solo.
E solo, dopo lo scalo alle Fiji, “rischiò” di non esserlo più: qui infatti conobbe Patti Ratterree, una ragazza di Los Angeles, anche lei in viaggio per il mondo, ma via terra. Si innamorarono e passarono settimane felici: solo l’ostinazione di portare a termine il progetto di navigare intorno al mondo da solo, insieme alla pressione del padre, convinsero il navigatore a proseguire senza Patti, dandole appuntamento dieci mesi dopo a Darwin, in Australia.
Dal Pacifico, Dove navigò verso le Solomon Islands, la Papua Nuova Guinea, l’Australia (dove si ricongiunse con Patti), prima di entrare nell’oceano Indiano, facendo scali alle Cocos Shelling, poi alle Mauritius, all’isola Reunion, fino ad arrivare a Durban, dove si sposò con Patti. I due partirono per una luna di miele in motocicletta e al ritorno Robin si rese conto che Dove, dopo le migliaia di miglia percorse e i due disalberamenti subiti, era in condizioni precarie per continuare, ma nonostante tutto la riparò meglio che potè e prese il coraggio per fare quello che ormai considerava “l’ultimo grande sforzo”: la traversata dell’Atlantico, sempre da solo.

Dove robin

Arrivato in Suriname, era mentalmente e fisicamente distrutto: Dove gli si stava sfasciando sotto i piedi e Patti gli mancava enormemente. Robin era pronto a gettare la spugna, ma i suoi genitori, il National Geographic e altri sponsor lo persuasero a finire il suo giro del mondo e gli fornirono una nuova barca di 33 piedi, battezzata The Return of the Dove. Dopo molti e lunghi scali nei Caraibi con Patti, Robin ripartì da solo per l’ultima lunga tappa, passando Panama e le Galapagos e arrivando a Los Angeles ad aprile del 1970. Aveva navigato 30.600 miglia, era cinque anni più grande, aveva una moglie e, presto avrebbe avuto  una figlia.

Robin di quest’avventura straordinaria scrisse un libro che intitolò come la sua barca e che divenne un bestseller di cui l’attore Gregory Peck comprò i diritti per girare l’omonimo film, nel 1974, che vinse anche un premio Golden Globe. Per la pellicola vennero usati due scafi molto simili al Lapworth 24, dei Ranger 23, così da poter girare le scene nelle varie location nel Pacifico e nell’Indiano senza ingombro.
Una delle due “repliche” rimase a Suva, capitale delle Fiji, e in oltre 45 anni ha vissuto molte vite e conosciuto diversi proprietari, che l’hanno amata con più o meno dedizione.


Da maggio 2019, Dove è di Ryan, australiano di 31 anni, che lavora a Suva come veterinario e che l’ha sottoposta con amore a un refitting completo. Pur non avendo molta esperienza di vela, Ryan ha sempre amato il mare: come il padre è un bravo surfista e la loro famiglia ha sempre vissuto a Bondi Beach, una bella cittadina sulla costa vicino a Sydney.«Non ho mai navigato molto ­ – racconta Ryan ­– ma sono sempre stato affascinato dal senso di libertà che la barca mi sembrava offrire, di poter esplorare posti remoti e trovare onde vergini».

 

Quando Ryan ha comprato Dove non ne conosceva la storia: «la gente passava sul pontile, mi vedeva lavorare a bordo e mi raccontava un sacco di aneddoti sulla barca e sulla gente che ne era stata proprietaria. Pian piano mi sono reso conto che Dove era speciale!».
Fra i molti lavori di refitting, Ryan ha sostituito il legno ormai marcio del ponte e della tuga, rifacendo tutta la resinatura dall’interno, ha realizzato nuovi passanti per le sartie lasciando uno strato di resina intorno ai chiodi per evitare che l’acqua venga a contatto con il nuovo legno, ha scartavetrato ponte e scafo e l’ha ridipinta con il bianco originale.
«All’inizio – spiega – non avevo capito che richiedesse così tanto lavoro!». Adesso che il restauro è finito Ryan sogna di salpare dalle belle e remote Fiji.

Cosa ho imparato dal prendermi cura di una barca a Fiji durante il Coronavirus / What I learned from taking care of a boat in Fiji during Coronavirus

(English below!)

E’ da ormai quasi un mese e mezzo che vivo in isolamento a Fiji e, come ho accennato nel mio ultimo post, la cosa che più mi ha aiutata a rimanere serena in queste settimane di incertezza è stata Dove, la barchina che mi è stata affidata a Marzo.

Nonostante l’entusiasmo iniziale, i lavori rimasti da fare prima di poter prendere il mare sono parecchi. Ma la lista si sta accorciando e, nel frattempo, l’occuparmi di lei ogni giorno mi sta insegnando molte cose. Eccone alcune:

  • L’importanza di avere una passione che ti avvicini alla tua anima – quando succede, la mente si svuota.

Molti scrittori (alcuni, poeti) di vela e di mare prima di me hanno descritto bene cosa si prova a navigare. Ma per me la serenità che la barca mi regala comincia ben prima di mollare gli ormeggi. Inzia quando i miei piedi si posano sul cemento del pontile. Quando le mie narici respirano il profumo di porto, un misto di mare, alghe e benzina. Quando le mie orecchie si abituano ai nuovi suoni, cigolii di catene, sciacquettii di scafi che muovono l’acqua, sibili di sartie sbatacchiate dal vento contro gli alberi. Il porto è un microcosmo, con un suo microclima e una sua micropopolazione, in cui mi sento a mio perfetto agio. Da quando mi occupo di Dove, il percorrere ogni giorno il pontile dello Yacht Club produce in me un effetto sedativo immediato. Una calma che continua a invadermi gentile quando intravedo il suo telo azzurro di protezione, le arrivo davanti, mi tolgo le scarpe, mi chino per tirare verso di me la cima d’ormeggio. Quando monto a bordo, libero il tambuccio dal suo lucchetto, mi cambio con la tuta arancione che uso per lavorare e accendo la musica, la magia è completata. La mente è svuotata dai pensieri vorticosi della giornata e si concentra, leggera, sul presente: scartavetrare, riordinare, ridipingere o pensare a nuovi lavori da fare, poco importa.

Mi affascina molto l’idea di come nasca una passione.  Deriva dagli stimoli che riceviamo da piccoli? Dal nostro carattere? Dalle letture che facciamo? Dalle persone che incontriamo? Forse, da un po’ di tutto questo. In ogni caso, questo periodo mi ha fatto apprezzare una volta di più e profondamente la fortuna di averne una, di passione, che mi fa avvicinare a quello che sento essere il mio vero “io”, spesso sepolto sotto l’inessenzialità.

  • Il non sottovalutare il tempo che ci vuole a fare le cose bene

Gli atleti e coloro i quali hanno raggiunto un grado altissimo di cura in qualcosa, lo dicono sempre: per fare qualcosa bene, ci vuole tempo e dedizione. Il primo giorno che sono andata da sola su Dove, ho dato una pulita superficiale nelle zone che riuscivo a raggiungere. Volevo poter “vivere” Dove, farne la mia cuccia. Ma dal secondo giorno, mi è stato chiaro che dovevo cambiare strategia, se volevo che la mia cuccia fosse vivibile. Per rendere Dove “abitabile”, infatti, avrei dovuto sollevare tutto, spostare le cose da una parte all’altra, cento volte. E mi sono resa conto, pomeriggio dopo pomeriggio, quanto tempo questo avrebbe preso. In alcune situazioni mi sono un po’ scoraggiata, ma mi è stato chiaro che, per fare le cose bene, una volta per tutte, sarei dovuta essere paziente.

  • Il fatto che quando pensi di avere finito, nuove sfide compaiono e bisogna ricominciare da capo. Non scoraggiarsi mai!

L’insegnamento di cui sopra mi ha portato a una nuova consapevolezza: anche quando si pensa di aver quasi raggiunto un obiettivo, qualcosa può succedere che ci fa tornare qualche casella indietro. Come nel gioco dell’oca. E che non bisogna mai scoraggiarsi, ma anzi rimboccarsi le maniche e rimettersi in cammino, anche se la luce alla fine del tunnel si è un pò allontanata! Dopo aver finito di pulire tutti i gavoni, li ho ridipinti. Due mani di “base”, poi due mani di vernice. Totale, 5 giorni.

Ho cominciato allora a rimettere un po’ a posto il casino che c’era nella cabina, ordinare le vele, mettere le vernici e i pennelli negli stipetti. Ricominciavo ad avere un po’ piu’ di spazio vitale. “Ora posso cominciare a pulire i gavoni fuori, nel pozzetto!”, mi sono quindi detta, pensando che mi mancava poco prima di potermi dedicare a finire di pitturare il ponte, rimettere i candelieri e, dio volendo, finalmente uscire in mare. Sbagliato. I gavoni ospitavano un mucchio di cose che, una volta tirate fuori, dovevano essere messe da qualche parte per poter pulire-scartavetrare-pitturare.

Ora, Dove e’ piccolina, lo spazio è ridotto, quindi ho dovuto mettere tutto dentro. E via con la danza: sposta, risposta, riassembla, riarrangia. Nuova polvere, nuovi incastri. Nuovo casino. Ma ho finito, finalmente (in 4 giorni) e ho potuto trasferire molte cose da dentro a fuori. “Ah, adesso la luce alla fine del tunnel davvero sembra vicina!”. Sbagliato, di nuovo. Perchè a quel punto Pedro, un gentile elettricista fijano che lavora su una barca vicina e che da mesi osserva i progressi di Dove, mi ha proposto di darmi una mano con l’elettronica di bordo. E allora, via: togli i legni della cuccetta di prua, sposta le vele a poppa, soffia via la polvere dai circuiti elettrici…il baillame è ricominciato. Ad oggi, Pedro non ha ancora finito, quindi dentro a Dove regna ancora casino. Uno nuovo, ma sempre casino. Ma va bene così, ho imparato che le cose evolvono e che l’unica è essere pazienti e riadattarsi alle nuove circostanze. E mai scoraggiarsi 😊

  • Continuare a fare le cose ed essere aperti a cambiare tecnica per raggiungere un obiettivo

Soprattutto quando facciamo qualcosa per la prima volta, procediamo a tentativi. Quando ho cominciato a dedicarmi ai gavoni di prua, per esempio, ho iniziato prima a pulire con acqua, poi con acqua e aceto, poi ho cambiato spugna, prima di rendermi conto che non ottenevo il risultato che volevo (ritrovare il bianco dei gavoni e liberarmi dal nero accumulato in vent’anni). Allora ho cominciato a usare la carta vetrata, ma andavo troppo a rilento, quindi ho provato con uno scalpellino. Bingo! Finalmente ho finito di pulire e ho potuto verniciare.

I due gavoni di prua mi hanno preso, in totale, 10  giorni. Quelli di poppa, 4: ormai avevo affinato la tecnica! Ogni giorno osservano con sorpresa come il mio cervello, liberamente, mi suggerisse nuovi modi per raggiungere l’obiettivo che mi ero prefissa in modo efficace e mi congratulavo con lui per i progressi che facevo. Ho imparato che, se abbiamo una meta precisa, non sempre la prima strada che percorriamo ci porterà dove vogliamo e che bisogna perseverare finchè non arriviamo a quella adatta.

  • Se non si gode del percorso, la meta non avrà un sapore così

Dove è ancora unlontana dall’essere pronta a solcare i mari, bella, fiera, sicura e pulita. Ma non importa, perchè questo cammino per renderla tale mi da’ una grande gioia e soddisfazione. So che ogni piccolo passo avanti, ogni voce depennata dalla lista delle cose da fare, mi farà godere ancora di più l’essere in mare.

Baci

 

ENGLISH!

I have been diligently living in isolation for almost a month and a half now and the thing that has helped me remaining calm and happy has been Dove, a little sailing boat which I’m looking after. Despite the initial enthusiasm, the work yet to be done before being able to sail her out it’s quite a bit… But the list is getting shorter and meanwhile, taking care of her every day is teaching me many things. Here are a few:

1) The importance of having a passion that brings you closer to your soul – when it happens, the mind lightens up.

Many sailing and “sea writers” (some, poets) have described beautifully what it feels like to sail. But for me, the serenity that the boat brings me begins well before leaving the mooring. It starts when my feet touch the concrete of the jetty. When my nostrils breathe the smell of a port, a mixture of sea, algae and gasoline. When my ears get used to the new sounds, the chains’ squeaks, the flapping of the water on the hulls, the clinging of the shrouds against the masts. The port is a microcosm, with its micro-climate and its micro population, in which I feel at home. Since I met Dove, walking down the Yacht Club jetty every day produces an immediate sedative effect on me. A calm that continues to invade me, gently, when I glimpse her blue protective cover, when I get in front of her, take off my shoes, bend over to pull the mooring line. When I get on board, open the hatch’s padlock, change into the orange overall that I use to work and turn the music on, the magic is complete. The mind is emptied of the swirling thoughts of the day and focuses, lightly, on the present: sandpapering, tidying up, repainting or thinking about new jobs to do, it doesn’t matter. I am very fascinated by the idea of ​​how a passion is born. Does it come from the stimuli we receive as children? From our character? From what we read? From the people we meet? Perhaps, from all of it. In any case, this past period made me appreciate once more the luck of having one passion, which brings me closer to what I feel being my true “self”, often buried under the inessential.

2) Don’t underestimate the time it takes to get things right.

Many athletes and those who have achieved a very high degree of care in something, always say it: to do something right, it takes time and dedication. The first day I went to Dove on my own, I gave a superficial clean of the areas I could reach. I wanted to make it my nest. But from day two, it was clear to me that I had to change strategy if I wanted my nest to be liveable. To make Dove “habitable”, in fact, I would have had to lift everything, move things from one side to the other, clean, a hundred times. And I realized, afternoon after afternoon, how long this would take. Some days I got a little discouraged, but it was clear to me that, to do things right, once and for all, I would have had to be patient [1]😊.

3) The fact that when you think you’re done, new challenges pop up and you have to start all over. Never get discouraged!

The above teaching has led me to a new awareness. Even when you think you have almost achieved a goal, something can happen that makes you go back a few squares. Like in the game of the goose. And that you should never get discouraged, but rather roll up your sleeves and get back on the road, even if the light at the end of the tunnel is a bit further away! After I finished cleaning all the bow storage lockers, I repainted them. Two coats of primer, then two coats of paint. Total, 5 days. I then started to order a bit the big mess that by then invaded the cabin, store the sails, put the paints and brushes in the cabinets. I was starting to have a little more living space. “Now I can start cleaning the cockpit lockers!”, I told myself, thinking that I was very close to finally being able to finish painting the deck, put the stanchions back and, god willing, finally sail. Wrong! The cockpit lockers housed a bunch of things that, once pulled out, had to be put somewhere in order to clean-wipe-paint. Now, Dove is small, the space is limited, so I had to put everything inside. And the dance started again: move, move again, reassemble, rearrange. New dust. New mess. But I finally finished with the cockpit lockers (in 4 days) and I was able to transfer many things from inside to outside. “Ah, now the light at the end of the tunnel really seems closer!”. Wrong, again. Because at that point Pedro, a nice Fijian electrician who works on a nearby boat and who has been watching Dove’s progress for months, offered to help me out with the on-board electronics. So, off I was: remove the wooden bow seats, move the sails back to the stern, blow the dust away from the electrical circuits … the mess had started again! To date, Pedro has not finished yet, so inside Dove the mess still reigns. A new one, but still a mess. But that’s okay, I learned that things evolve and that the only way to cope with it is to be patient and adapt to the new circumstances. And never get discouraged 😊.

4) Keep doing things and be open to change the technique to achieve a goal.

Especially when we do something for the first time, we proceed by attempts. When I started to work on the bow lockers, for example, I first started cleaning them with water, then with water and vinegar, then I changed the type of sponge, before realizing that I wasn’t getting the result I wanted (making them white again after twenty years of dust). So, I started using sandpaper, but I was going too slowly, so I tried with a chisel. Bingo! Finally, I finished cleaning and I was able to paint. The two bow lockers took me 10 days in total. The stern ones, 4: by then I had refined the technique! Every day I would surprisingly observe the way my brain freely suggested new ways to achieve the goal I had set up, congratulating myself on the progress I was making! I learned that if we have a set destination, the first road we take might not always lead us where we want to go and that we must persevere until we reach the right path.

5) If you don’t enjoy the journey, the destination will not have such a sweet taste.

Dove it’s still a bit far away from being ready to sail, beautiful and safe. But it doesn’t matter, because this journey to make her fit is giving me great joy and satisfaction. I know that every little step forward, every item crossed out from the to-do list, will make me enjoying being at sea even more.

 

[1] NOT a usual virtue of mine.

Il coronavirus a Fiji

Martedì scorso era il mio ottavo giorno di lavoro da casa e mi sono resa conto di non avere un calendario a casa per tenere il conto del tempo, allora ne ho disegnato uno, con Marzo, Aprile e Maggio. Il virus e’ arrivato ufficialmente a Fiji giovedi scorso, il 19 Marzo, quando uno steward di un volo Fiji Airways e’ stato testato positivo. Nel giro di 24 ore, la compagnia di bandiera ha cancellato il 95% dei voli dentro e fuori Fiji e la zona dell’isola dove si e’ registrato il primo caso e’ stata chiusa. Ad oggi sono 5 i casi confermati e le misure di contenimento si sono un po’ acuite, con lavoro da casa per molte organizzazioni, scuole chiuse, voli chiusi, coprifuoco dalle 10 di sera alle 5 del mattino, divieto di raggruppamento se piu’ di 20 persone e “consiglio” di non muoversi se non e’ eccezionale. Seppur si senta meno traffico in citta’, c’e’ ancora vita in giro. Non so se tutti qui si rendano conto della portata di questa epidemia: fino a pochi giorni fa molti mi dicevano ancora “spero che in Italia la tua famiglia e amici stiano bene”, dando quasi per scontato che fosse un problema lontano, che non avrebbe toccato Fiji. E invece, come gli ultimi mesi hanno dimostrato, nessun paese e’ immune, seppur in mezzo all’oceano.

Io, in quanto italiana che segue famiglia, amici e notizie di quello che sta succedendo a casa da settimane, ero inquieta, preoccupata da un po’. Noi qui si continuava a vivere normalmente, seguendo giorno dopo giorno le misure che prendevano i paesi del Pacifico di chiusura/quarantena per chi volasse da alcuni paesi particolarmente colpiti. Tre settimane fa la mia organizzazione ha cancellato tutte le missioni nella regione e giorno dopo giorno potevo sentire che a Fiji, fra la gente, montava…qualcosa. Preoccupazione, incertezza, minimalizzazione della situazione in alcuni casi. Era surreale, perche’ era proprio il decorso che l’Italia e molti altri paesi avevano avuto all’inizio, prima di essere confrontati con un repentino isolamento e un vertiginoso aumento della spirale di ammalati e morti. Ho vissuto l’ultimo mese come scissa in due mondi: l’Italia dei racconti alla George Orwell dei miei e dei miei amici  e le Fiji spensierate, in cui tutto era ancora “normale”. Da giovedi scorso, non e’ piu’ cosi’. Sento che siamo sull’orlo di qualcosa: forse una valanga, forse la salvezza. I sensi sono all’erta, si aspettano annunci di nuovi casi, ulteriori restrizioni. A cinque giorni dall’annuncio del 5 caso, non se ne sono stati annunciati altri… seppur sia presto per rillassarsi, lo voglio prendere come un buon segno. Questa è la terza settimana che lavoro da casa e che non esco più in giro, se non per andare allo Yacht Club il pomeriggio… A parte non vedere i miei amici, questa nuova realtà non mi dispiace affatto: sono fortunata ad avere una bella casa con un terrazzo da cui vedo il mare e il tramonto, fa caldo, ho la piscina, ho cibo e tante risorse e interessi. Non mi sono attaccata a tele e film, le mie giornate passano piene e la sera sono presto stanchissima. Certo, il fatto di poter ancora uscire aiuta….

Nelle ultime settimane mi sono imbarcata in un bellissimo progetto: aiutare un ragazzo a rimettere a posto la barchina a vela che ha comprato qualche mese fa, su cui io ho navigato spesso negli ultimi anni. E’ una barca bellissima di 7 metri, si chiama “Dove”. Per settimane, ogni giorno dopo lavoro, sabato e domenica, ci siamo ritrovati a scartavetrare, pulire, pitturare.

Era la mia meditazione quotidiana, per qualche ora la mia mente si alleggeriva e andavo a dormire serena. Proprio quando eravamo quasi vicini alla fine, avevamo solo piu’ lo scafo da sistemare, lui e’ tornato all’improvviso in Australia prima che chiudessero le frontiere e mi ha chiesto se potevo occuparmi di Dove per il tempo che stara’ via. E’ stato un triste choc, ma sono profondamente grata di avere Dove da cui andare ogni giorno: ci teniamo compagnia, ho mille lavori da fare e passo cosi’ qualche ora di tranquillita’, nel mio elemento. E’ difficile spiegare cosa provo quando sono a bordo, sono sensazioni ataviche, istintive. Il camminare sul pontile, tirare sulla cima d’ormeggio, saltare a bordo, aprire il tambuccio, sistemarmi dentro, adattare i movimenti del mio corpo allo spazio ristretto della barca…

Era molto tempo che agognavo di imparare a vivere il presente. Erano ormai mesi che mi sentivo intrappolata nella paura del futuro, un timore paralizzante che non riuscivo a tradurre in azione. Per ora questa crisi mi sta insegnando questo: a prendere un giorno alla volta, viverlo e lasciarlo andare, senza fare troppe proiezioni circa il futuro. Perchè il futuro sarà certamente diverso da come abbiamo lasciato il mondo qualche mese fa ormai e anche noi ci dovremo riadattare. I “vecchi” paradigmi non potranno più essere validi, ma dovremo cercarne di nuovi.

Siamo positivi.

Baci

Kiribati, eccoci di nuovo

L’ultima volta che sono venuta a tarawa a Marzo dell’anno scorso credevo fosse l’ultima. E invece…


È la quinta volta o sesta che viaggio nella capitale di Kiribati e mentre atterravamo mi dicevo che volevo cercare ancora qualcosa nuovo da raccontare e da serbare nei miei ricordi. Soprattutto i lati positivi, non solo la polvere e la sporcizia.


Una cosa curiosa dopo oltre 5 anni (e così tanti viaggi) qui, è che di solito sugli aerei e nelle hall degli aeroporti incontro SEMPRE qualcuno che si conosce, o perché si è lavorato insieme nei vari paesi o perché ci si vede negli stessi posti a Suva, o semplicemente perché ci si è già conosciuti. E così è stato anche su questo volo, eravamo in cinque o sei facce conosciute. 

Ormai a Tarawa arrivano parecchi voli a settimana (sei o sette), ma nonostante questo, ad ogni arrivo e ogni partenza c’è sempre un sacco di gente che accompagna i viaggiatori per un ultimo saluto o che viene ad accogliere qualcuno. Gli addii, soprattutto, sono spesso molto accorati, pieni di risate e foto, con almeno sei o sette membri della famiglia, inclusi nonni e neonati, che aspettano fino all’ultimo momento che il/la loro pupillo/a abbia passato il check in e, ancora, che l’aereo sia partito, prima di tornare a casa. 

Quando siamo arrivati lunedì, il cielo era un po’ coperto e c’era parecchio vento, una vera benedizione, date le
temperature dell’isola, normalmente…equatoriali! Le ragazze del solito hotel in cui stiamo quando veniamo qui, ci hanno accolto con gentilezza e “nice to see you again”, dandoci le chiavi della nostra macchina in affitto. Tutti, davvero, sono molto gentili qui, affabili, cercano di farti piacere se possono, sorridenti. Com’è riposante, la gentilezza.


Mentre guidavamo verso Betio, l’ultimo villaggio alla fine del lungo (30km) atollo di Tarawa, ritrovavo lo stesso paesaggio familiare delle volte precedenti, fatto di palme cariche di cocchi, rottami di macchine impilati ai lati delle strade, cani erranti, alberi di frangipane bucherellati di profumati fiori bianchi, sciami di bambini a piedi nudi, negozietti con tshirts in vendita sventolanti l’iconico viso di Bob Marley, capanne di legno e foglie di pandano dove la gente dorme o sonnecchia, al riparo dal sole implacabile, amache fatte con vecchie reti da pesca, angoli di strade pieni di spazzature, la laguna e le sue mille sfumature di blu da un lato e l’oceano con l’onda perfetta arrotolata dalla vicina barriera corallina, la polvere della sabbia bianca il cui riverbero fa socchiudere gli occhi. 

Al pomeriggio dopo lavoro, quando il sole si calmava, andavamo a fare una passeggiata lungo una spiaggia, lato oceano, che ancora ospita rovine di cannoni della Seconda Guerra Mondiale, abitata da centinaia di energetici paguri e detuperata da innumerevoli pezzi di plastica e spazzatura. Sembra una fatica di Sisifo, ripulire questo posto. 

Una mattina mi sono svegliata presto e mentre bevevo il caffè sulla veranda davanti alla mia stanza, con il sole che piano piano illuminava le foglie e scaldava la terra e i galli che cominciavano a cantare, ascoltavo le prime grida gioiose dei bambini del villaggio accanto e una dolcissima musica classica proveniente dalla stanza del mio vicino. Ho assaporato il momento, osservando la profonda serenità che mi circondava. 

È stata una bella missione, grazie Kiribati.

Baci